a cura di Davide Pietroni e Serena Iacobucci
Se siete su queste pagine sapete bene che la fusione tra l’economia e le scienze comportamentali – nel corso degli ultimi decenni – ha generato un cambiamento di prospettiva rispetto al contributo che conoscenze e competenze legate allo studio del comportamento umano possono portare all’interno delle organizzazioni. Non stupisce (o meglio, non stupisce noi, che siamo scienziati ed economisti comportamentali, quindi potremmo essere un po’ di parte) che quella del behavioral scientist sia una figura sempre più richiesta (e molto spesso ben pagata, il che non guasta mai, ovviamente) in diversi settori, anche al di fuori dai contesti organizzativi in cui ci si aspetta di trovare “uno psicologo o una psicologa“, come nel settore HR.
In realtà, la figura dell’economista comportamentale – in azienda come nelle istituzioni – è sempre più definita e distinta, seppur sempre complementare, rispetto a tutte le altre posizioni legate allo studio del comportamento umano. Quando parliamo di comportamento umano, infatti, non parliamo solo di comportamento organizzativo: parliamo dello studio critico del comportamento delle persone che gravitano attorno i sistemi aziendali o istituzionali, sia esso legato alle persone interne all’organizzazione – quindi, lo studio del comportamento e delle dinamiche all’interno dei membri del team – che rispetto a partner esterni, come cittadini e cittadine, utenti o clienti.
Economia Comportamentale, Istituzioni e Politiche Pubbliche
Da un lato, le conoscenze legate ai nostri errori decisionali sistematici aiuta il settore politiche pubbliche nella comprensione – e quindi nella gestione – degli eventi socioeconomici che connotano tutti i sistemi socio-economici avanzati, e più o meno complessi. In un contesto di crisi e sfide sociali, sanitarie, tecnologiche, energetiche e climatiche che stanno contraddistinguendo questo periodo storico, l’economia comportamentale ha progressivamente acquisito una rilevanza indiscussa nel dibattito pubblico, rivelandosi particolarmente proficua nello spiegare, nel prevedere e nell’influenzare un numero di fenomeni chiave in grado non solo di spiegare, ma anche di promuovere il benessere, i comportamenti virtuosi e – quindi – la prosperità e la sostenibilità delle nostre società. Basti pensare alla rivoluzione introdotta dalla teoria del nudge (ne abbiamo parlato qui, ad esempio – oppure qui) ed alla sua immediata e capillare diffusione come efficace strumento a disposizione dei policy-maker per migliorare i processi di presa di decisione dei cittadini.
Riguardo all’impatto della disciplina nell’ambito pubblico, basti pensare che nel 2015 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama firmò un documento che esortava le pubbliche amministrazioni statunitensi ad affidarsi alle scienze comportamentali per aumentare l’efficacia dei propri interventi, anche assumendo (i massimi) esperti di economia comportamentale (incluso questo signore qui) . Similmente, il Governo del Regno Unito ha istituito il noto Behavioral Insight Team, mentre la Commissione Europea ha di recente inaugurato la Behavioral Insight Unit, avviando l’ istituzionalizzazione a livello mondiale della economia comportamentale con la progressiva diffusione di unità di lavoro specializzate nelle scienze comportamentali all’interno degli apparati amministrativi di tutte le economie avanzate (si vedano, ad esempio, le attività del Behavioral Insights Europe; EUPoicyLab). Anche l’Italia, di recente, ha istituito un Team di Analisi Comportamentale a sostegno delle politiche pubbliche, con obiettivi simili a quelli dei colleghi internazionali, come potenziare l’efficacia del decision-making individuale e collettivo, fornendo strategie utili per il superamento di bias e distorsioni dei processi decisionali.
Economia Comportamentale in Azienda
Riguardo all’impatto della disciplina in ambito privato, basti citare gli entusiasmanti risultati di un’indagine della nota società di consulenza Gallup per evidenziare il valore strategico e competitivo dell’adozione delle scienze comportamentali in ambito business. Secondo questa rilevazione, infatti, le organizzazioni che applicano l‘economia comportamentale superano le aziende concorrenti dell’85% in termini di crescita delle vendite e del 25% in termini di incremento del margine lordo (Fleming e Harter|Gallup Studio). La chiave per raggiungere questo tipo di performance finanziarie – affermano gli autori dello studio – è che i leader accettino e lavorino comprendendo la natura umana – incluse le sue fallacie, i suoi bias e le sue distorsioni – piuttosto che remare ostinatamente contro di esse, tentando invano di cambiarle facendo leva sulla pura razionalità. Bisogna, in maniera simile a quanto accaduto con il nudge – abbandonare visioni antiquate della natura umana riconoscendo che le persone non sono semplicemente dei massimizzatori razionali del guadagno economico ipotizzato dalla teoria economica classica e – con questa consapevolezza in mente – bisogna quindi abbandonare l’illusione di poter cambiare comportamenti facendo leva su una razionalità…che non esiste!
Il gap tra domanda e richiesta: Economisti comportamentali e dove trovarli
Il tasso di crescita del settore sta però rendendo difficile per le imprese presenti in Italia trovare competenze prontamente impiegabili. La portata della economia comportamentale è tale che i suoi campi di applicazione sono numerosi, trasversali e molto diversificati, dall’industria manifatturiera alla sanità, dai trasporti alla scuola, dal settore bancario alle aziende tecnologiche. Tale eterogeneità non è solo settoriale ma anche intraziendale. Infatti, i laureati trovano sbocco in diverse funzioni organizzative che ambiscono ad innovare e potenziare i propri modelli ed i propri approcci: risorse umane, (neuro)marketing e vendite, produzione e logistica, ricerca e sviluppo, finanza e amministrazione.
Inoltre, in ambito consulenziale, la PriceWaterhouseCoopers (PWC), che da 15 anni detiene il primo posto nella prestigiosa classica Times dei 100 migliori datori di lavoro per laureati, ora descrive l’economia comportamentale come una delle aree chiave per la consulenza in ambito economico ed organizzativo.
Dove Studiare Economia Comportamentale
Visto il progressivo fiorire della disciplina, le università si sono adeguate per arricchire l’offerta internazionale con corsi universitari finalizzati a formare e specializzare i suoi professionisti ed i suoi ricercatori.
Studiare Economia Comportamentale all’estero
Tra i corsi accademici in lingua inglese vi sono numerose opportunità europee per il conseguimento di una Laurea Magistrale (Master of Science) in Economia Comportamentale (non solo Behavioral Economics, ma anche Economic Psychology – la differenza è sottile, ma esiste). In particolare, troviamo:
- in Austria – all’Università Sigmund Freud – una specializzazione in “Business & Economic Psychology”;
- in Germania – all’Università di Kassel – un corso magistrale in “Economic Behaviour and Governance”;
- in Irlanda – all’Università di Dublino – un corso magistrale in “Behavioural Economics”;
- in Portogallo – all’Università Cattolica Portoghese – un corso magistrale in “Psychology in Business and Economics”.
Abbondante è anche l’offerta formativa nei Paesi Bassi, in cui possiamo trovare:
- all’ Università Erasmus di Rotterdam una specializzazione in “Behavioural Economics“;
- all’Università Radboud di Nijmegen un corso magistrale in “Behavioural Science”;
- all’Università di Tilburg un corso magistrale in “Social end Behavioral Sciences”;
- all’Università di Groningen un corso magistrale in “Behavioural and Social Sciences”.
Molto ricca infine è l’offerta di corsi di laurea magistrale oltremanica, in cui troviamo:
- alla City London University un corso magistrale in “Behavioural Economics”;
- alla London School of Economics un corso magistrale in “Behavioural Science”;
- alla Università di Kingston un corso magistrale in “Behavioural Decision Science”;
- alla Manchester Metropolitan University un corso magistrale in “Applied Economics”;
- alla Middlesex University un corso magistrale in “Behavioural Economics in Action”;
- alla Università di Bath un corso magistrale in “Applied Psychology and Economics Behaviour”;
- all‘Università di Nottingham un corso magistrale in “Behavioural Economics”;
- all’Università di Reading un corso magistrale in “Behavioural Finance”;
- all’Università di Stirling un corso magistrale in “Behavioural Science for Management”;
- all’Università di Warwick un magistrale corso in “Behavioural and Economic Science”.
Questo elenco, certamente non esaustivo, non comprende i numerosi corsi erogati nella lingua nazionale dai diversi Paesi europei.
Per una rappresentazione più esaustiva invitiamo a consultare le iniziative formative pubblicate sul portale BehavioralEconomics.com, scaricando la guida aggiornata all’interno della quale troverete tutti i corsi divisi per nazione e per livello di formazione. Nel portale – qui – si trovano anche le opportunità di istruzione post-lauream in lingua inglese, tra cui dottorato (PhD) in Behavioral Economics (opportunità numerose soprattutto in Germania) e le opportunità di specializzazione attraverso Master in Business Administration ad indirizzo comportamentale.
Studiare Economia Comportamentale in Italia
Per quanto riguarda l’offerta formativa italiana segnaliamo il corso di Laurea Magistrale in Behavioural and Applied Economics (Economia Comportamentale e Applicata) dell’Università di Trento. Il corso è rivolto preferenzialmente ad economisti che vogliono completare la propria formazione arricchendola con gli strumenti e l’apparato concettuale delle scienze comportamentali. Il corso è integralmente erogato in lingua inglese.
Vi è poi una recente opportunità per coloro che non se la sentissero di affrontare un corso magistrale in lingua inglese, e che magari non abbiano una pregressa formazione economica, provenendo, ad esempio, da una laurea umanistica in sociologia, filosofia, psicologia, lettere, con però l’ambizione di massimizzare le proprie possibilità di inserirsi professionalmente in contesti organizzativi ed istituzionali.
L’Università d’Annunzio di Chieti-Pescara ha infatti da poco istituito un corso di laurea magistrale in “Economia e Scienze Comportamentali” erogato in lingua italiana. Ill corso di laurea è a tutti gli effetti una laurea magistrale LM56 in Economia, con un focus sull’Economia Comportamentale e con un ricco piano formativo che spazia dall’Economia Sperimentale all’Economia Comportamentale, per le Aziende e per le politiche pubbliche. Il corso di laurea si rivolge anche a chi non è in possesso di una laurea triennale in economia – il dipartimento eroga anche un Corso di perfezionamento in Economia e gestione aziendale che permette di conseguire i 30 CFU necessari per accedere alla magistrale e di maturare le conoscenze di base in ambito economico-aziendale e giuridico.
Per quanto riguarda la formazione post-lauream, sempre all’Università d’Annunzio, l’economia incontra le Neuroscienze avanzate all’interno del Dipartimento di Neuroscienze, Imaging e Science Cliniche, uno dei 180 dipartimenti d’eccellenza italiani riconosciuti dall’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Fonte: Anvur, 2018).
La relativa Sezione di Economia Comportamentale e Neuroeconomia raggruppa un dinamico gruppo interdisciplinare di ricercatori e docenti che si occupano di scienze comportamentali a 360 gradi: dal neuromarketing all’epigenetica, dall’interazione uomo-macchina allo studio della teoria del nudge per contrastare la disinformazione, dall’economia sperimentale all’uso di strumenti neuroscientifici per il benessere organizzativo.
L’uso degli strumenti avanzati del dipartimento di neuroscienze e la grande eterogeneità di approcci e metodi permette di erogare una formazione post-lauream pratica ed avanzata che si rivolge a tantissime professionalità, e si distinge in formazione orientata al business ed alle istituzioni – con un master di primo livello in “Behavioral Economics & Neuromarketing” – e ad una formazione prettamente accademica, con un dottorato di ricerca in “Business & Behavioral Sciences” .
(NdA: Per trasparenza – anche se lo saprete già – ci teniamo a dirvi che questo gruppo ospita anche il nostro centro di ricerca da cui è nato il progetto di divulgazione del nostro blog EconomiaComportamentale.it).
Insomma, in linea con la “behavioral revolution” internazionale, anche nel nostro contesto italiano stanno crescendo importanti opportunità di formazione accademica per coltivare una innovativa e spendibile professionalità nell’ampio orizzonte delle scienze comportamentali applicate al progresso economico, sociale ed istituzionale.
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Autrici e Autori
Davide Pietroni è coordinatore scientifico del corso di Laurea Magistrale in Economia e Scienze Comportamentali e Professore Associato di Psicologia delle Organizzazioni nel Corso di Laurea Magistrale in Psicologia dell’Università di Chieti-Pescara. Opera come consulente e formatore per la Presidenza del Consiglio dei Ministri (all’interno del Team per l’analisi comportamentale di cui vi abbiamo parlato), per enti pubblici ed aziende occupandosi di comunicazione suggestiva, nudging, persuasione, empowerment individuale ed organizzativo, gestione emotiva e strategica dei conflitti.
Serena Iacobucci è dottoressa di Ricerca in Business & Behavioural Sciences ed attualmente Editorial Outreach Specialist per Frontiers, casa editrice svizzera di riviste scientifiche open-access. Ex ricercatrice post-doc e cultrice della materia in Economia e Finanza Comportamentale, si è occupata di consulenza e ricerca in Linguistica e Comunicazione Digitale ed è Content & Digital Strategist per lo spin-off Umana-Analytics. Serena è la Co-Editor in Chief e responsabile della comunicazione di EconomiaComportamentale.it, editor associata e responsabile della comunicazione digitale di InMind Italia – una rivista trimestrale dedicata alla psicologia sociale – e Social Media Officer dell’Associazione Internazionale per la ricerca in Psicologia Economica (IAREP – International Association for Research in Economic Psychology).